orti urbani

Api, se scompaiono loro ci estinguiamo tutti

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Ci siamo preoccupati moltissimo della scomparsa delle api, e ne siamo ancora molto preoccupati. E’ facile capire l’entità del problema visto che gli alveari degli allevamenti sono costantemente monitorati. Ci stavamo, però quasi per dimenticare degli altri insetti impollinatori: tra cui api, farfalle, vespe, coleotteri etc. Dico quasi perché, il mondo della ricerca non ha mai smesso di preoccuparsene. Recentemente è stato compiuto il primo studio su scala mondiale proprio su questi ultimi. L’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), il 26 febbraio ha emesso il suo primo report dedicato appunto al declino della biodiversità degli insetti impollinatori. Il titolo del report parla chiaro “il nostro cibo dipende dagli insetti impollinatori che sono sotto minaccia” quindi non solo le api domestiche, ma tutti gli insetti così detti utili. All’Ipbs partecipano 124 membri di governi che collaborano con più di 1000 scienziati di tutto il mondo. In sintesi ecco i risultati: esistono 20.000 specie diverse di insetti impollinatori selvatici, il 90% dei fiori selvatici dipendono da questi insetti, il 75% della produzione alimentare dipende dagli insetti impollinatori (non solo le api domestiche) il cui valore ammonta a 577 miliardi di dollari, di questi insetti il 16% è a rischio di estinzione, il 40% tra api e farfalle selvatiche sono a maggior rischio di estinzione.

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PROSPETTIVE DI AGRICOLTURA URBANA NEL MONDO

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Nel mondo stando ai dati FAO, misurano per un ammontare di 800 milioni i “contadini urbani” e producono il 11% del cibo consumato in città. Come si legge nella pubblicazione delle UNDP “Urban Agriculture, Food Jobs and Sustainable Cities”, alcune delle caratteristiche dell’agricoltura urbana sono: è un attività temporanea, nasce nei luoghi e negli spazi inutilizzati e rimane stabile finche non viene sostituita da altre attività; è un’attività marginale per la sopravvivenza, ha un importante ruolo nello sviluppo dell’economia locale, nella creazione di piccole imprese e opportunità lavorative.

La città si sta espandendo sempre di più e così anche la campagna sta cambiando, sempre più inglobata tra le maglie strette del reticolo arterioso delle strade e delle superfici urbanizzate. Molti studiosi hanno definito questo fenomeno “sprawl urbano” che sta ad indicare una crescita della città che non si contiene più e si diffonde su tutto il territorio intorno, con la nascita di nuovi edifici, infrastrutture e imprese. In Italia in particolare nelle aree della Pianura padana e nelle zone di collina del Centro Sud, secondo molti autori l’espansione del tessuto urbano all’interno delle aree urbane, si sta creando un interconnessione tra ambiti rurali e urbani tale da creare un’area che si può chiamare bioregione rurale-urbana. La città quindi si espande all’interno delle campagne, assorbendo i nuclei periferici, creando degli spazi discontinui, luoghi frammentati destinati alla produzione agricola. Nelle aree non urbanizzate si sviluppa l’agricoltura urbana, di cui una buona definizione data da Marc Lavergne: “un patchwork di luoghi e attività intrecciati con gli edifici della città, all’interno delle maglie e interstizi risparmiati, spesso solo dall’urbanizzato”. Secondo la FAO, la sfida dell’urbanizzazione in futuro è quella di promuovere città più verdi per rispondere alla povertà diffusa soprattutto nelle grandi metropoli. “L’orticoltura urbana offre una via d’uscita alla povertà”. E’ in un contesto di questo tipo che bisogna porre gli orti non più come solo fenomeno sociale di svago e di richiamo alla terra ma come ad una risposta concreta alle necessità degli abitanti delle città di ritrovare una dimensione a misura d’uomo in un contesto dove sono presenti piante ed elementi che esulano dal contesto urbano. Certamente la passione e la voglia di cibo sano sono dei grandi bisogni, ed è facile immaginare che all’interno delle grandi città si creino anche contesti dove il cibo di qualità non arriva, gli americani, li chiamano food desert, in questi deserti alimentari, dove il cibo fresco scarseggia, si guarda verso l’orto con un forte interesse di conquista di un menù gustoso. Con l’associazione di cui sono presidente Nostrale, www.nostrale.it stiamo realizzando molti orti urbani nelle periferie di Milano per rispondere ad un esigenza di aggregazione, cura del territorio e accesso al cibo fresco. Come noi moltissime altre realtà non-profit stanno generando progetti innovativi di forte attenzione ai problemi sociali con forte attenzione verso i beni comuni, ponendo al centro l’orticoltura, in molte grandi città d’Italia. L’orto risulta lo strumento più immediato per aggregare le persone e farle collaborare per un obiettivo comune, quello di mantenere viva la comunità e garantire la sicurezza alimentare. Sono effettivamente tempi di crisi quelli che stiamo vivendo, e l’orticoltura sta offrendo anche un occasione in più di sviluppo economico vero e proprio. Non bisogna poi pensare al semplice modo di intuire l’agricoltura urbana, come orto fine a se stesso, ci sono scenari di innovazione molto interessante, che si stanno affermando e che stanno diventando attività economiche reali. A Chicago, un azienda Bright Farm coltiva sui tetti delle fabbriche e dei centri commerciali, con la tecnica idroponica che produce fino a 3 volte di più della classica coltivazione in terra. A Londra un’impresa denominata “Zero carbon food” ha deciso di coltivare sotto terra con lampade e coltivazioni idroponica, l’obiettivo è arrivare a coltivare 33 km di tunnel. A Vancouver un azienda Sole food ha deciso di coltivare un intero parcheggio creando più di 3000 cassoni in legno. A Brooklyn, un’azienda ormai famosa detta Brooklyn Grange, produce verdure per diversi ristoranti in città. Il progetto Pasona a Tokyo coltiva sotto terra, riso, frumento e molti tipi di ortaggi diversi grazie all’illuminazione artificiale. L’azienda Gotham Greens vanta ben 5 ettari di serre in città con oltre 100 tonnellate di produzione all’anno, sempre in coltivazione idroponica. A Montreal, Lula Farm, sempre con la stessa tecnica si coltivano ben 10 ettari in città coltivando ben 40 colture differenti. La prospettiva inizia ad essere un attività economica molto interessante e in forte sviluppo. Oltre che avere un riscontro economico, ci sono alcuni aspetti di sviluppo legati alle politiche che guardano al futuro e cercano attraverso il cibo di costruire una visione ampia per dare benessere ai propri cittadini. Le politiche del cibo e la nuova visione sui consumi alimentari, strategie di sviluppo legate al cibo sono quindi centro di interessi economici, sociali, ambientali di welfare e di molto altro, gli orti urbani sono una delle azioni concrete che diversi paesi stanno mettendo al centro delle proprie politiche alimentari. Vancouver, tra le 5 azioni prioritarie della strategia politica comunale, ha gli orti come punto di forza: supportare e attivare tutte le forme di agricoltura urbana ( in particolare i community garden e le urban farm) e creare un legame stretto con tutte le altre parti del sistema alimentare; migliorare l’accesso delle persone a partecipare alle attività di quartiere alle reti alimentari a base comunitaria in particolare per i gruppi vulnerabili e isolati. A Londra, il progetto Capital Growth è un esempio di come si possa dare supporto e sviluppo dell’orticoltura in città incentivando anche lo sviluppo di piccole attività economiche come le urban farm. Il progetto prevede il supporto pratico dei londinesi da parte di tecnici che aiutano alla realizzazione dell’orto. Il progetto vede la partecipazione dell’amministrazione pubblica nella gestione ed è finanziato da privati, in questo modo si possono sostenere i costi per la realizzazione degli orti. Il mondo con l’orticoltura e l’agricoltura urbana sta cambiando, è una rivoluzione culturale di grande impatto che spetta a noi vivere, cogliere come opportunità. Il futuro alimentare dei nostri figli passerà sempre di più nell’orto coltivato il più vicino possibile a casa.

 

 

Orti nel mondo

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Nel mondo, secondo la FAO, sono 800 milioni le persone che praticano agricoltura urbana, circa il 15% della produzione mondiale di cibo. Oggi i cittadini sono diventati molto più numerosi degli abitanti delle campagna e nel 2050 il 60% della popolazione mondiale sarà composta da cittadini.

 L’orto urbano può essere la chiave per risolvere la povertà nel mondo, la fame e diventare anche più sostenibili.

Secondo l’OMS – organizzazione mondiale della sanità – lo scarico del water di 1.000.000 di persone potrebbe irrigare dai 1500 ai 3000 ettari di terreno. Anche gli scarti del cibo potrebbero fare ritorno alla terra, Adis Abeba composta 3,5 tonnellate di cibo al giorno e visto che ognuno di noi getta via 76 kg di cibo ogni anno, potremmo copiare l’esempio, producendo anche noi una bella quantità di compost per coltivare un ottimo orto urbano.

 [Gli sempi più belli nel mondo. Nel mondo è iniziata, una nuova fase, forse una gara a chi coltiva meglio la città del futuro.]

 In America, [come a Quarto Oggiaro]nasce Just food, un progetto sulla sicurezza alimentare per il Bronx, Queens, e Brooklyn coinvolgendo più di 2000 famiglie a basso reddito, nascono orti comunitari e vere fattorie in città, per dare lavoro e diffondere il cibo fresco anche tra chi non se lo può permettere. Detroit la capitale dell’auto, ha reagito alla crisi creando delle vere e proprie city farm ovvero delle fattorie urbane coltivando ogni spazio possibile. Oggi Detroit diventa la capitale dell’agricoltura urbana si contano più di 500 orti urbani. Michelle Obama lancia una campagna per combattere i food desert, ovvero i deserti del cibo, stanziando 400 milioni di dollari. Sempre in America si contano più di 18.000 orti comunitari ed esiste anche un associazione che li riunisce tutti l’American Community Gardening Association www.communitygarden.org e una realtà Urban Farming che si occupa di realizzare fattorie urbane nelle aree povere delle grandi città.

Londra, forse l’esempio più lungimirante, durante la guerra mondiale, combatteva la fame, con il motto “Dig for a Victory” ovvero “zappa per la vittoria”, nascevano così moltissi orti urbani passando da 800.000 nel 1934 a 1.400.000 nel 1943. Fin dal’epoca vittoriana a Londra, esiste un sistema di orti urbani comunali, assolutamente da copiare, gli Allotments, orti comunali in affitto dai 50 ai 400 metri quadri da coltivare per un centinaio di sterline o poco più all’anno.

In occasione delle Olimpiadi il sindaco di Londra, Boris Johnson assieme a Rosie Boycot, presidente della London Food, un organo municipale voluto apposta per migliorare le condizioni alimentari della città, lancia un programma Capital Growth, per realizzare 2012 orti urbani entro l’inizio delle olimpiadi. Il progetto prevede, l’assistenza a parte di tecnici, un supporto finanziario per l’avviamento e la formazione base per coltivare. Gli orti che nasceranno dovranno essere utili alla comunità locale. L’obiettivo è stato raggiunto, e superato!

 Vancouver, ha dato vita ad una strategia per il 2020 di ridurre i rifiuti, prevedendo la realizzazione di 2010 orti entro il 2010. Una città, dove il 44% della popolazione è coinvolta nell’agricoltura urbana. Sono state realizzate 1700 aree verdi, con orti condivisi e privati, assieme a 20 mercati agricoli rionali.

 Cuba, che oggi vede impiegate più di 300 mila persone nell’agricoltura urbana, produce il 60% della frutta e della verdura consumata in città, convertendo 5000 luoghi all’interno delle città in orti da coltivare in nome dell’autosufficienza. Raul Castro spinse a creare in tutte le città una tecnica di coltivazione detta organoponica, ovvero una coltivazione fuori terra, che divenne il modello di coltivazione innovativa all’interno delle città.

 Sono molti i progetti nel mondo, per realizzare orti urbani, con lo scopo di essere la soluzione a problemi difficli da risolvere altrimenti. Con gli orti si crea coesione sociale, si combatte l’insicurezza alimentare e l’orto diventa la soluzione per molti di quei problemi che la città del futuro dovra affrontare.

Lettura consigliata: “La rivoluzione della lattuga” di Franca Roiatti